Settembre 2007. La mia collega di ufficio, mi confida un po’ nervosamente, che ha un certo ritardo. Una settimana. Entra ed esce dal bagno, sperando che qualcosa succeda. Passano i giorni e il ritardo è sempre più sospetto. Mi faccio coraggio e butto lì, sul portapenne rotondo che segna il confine fra le nostre scrivanie, la domanda più ovvia “perché non fai un test di gravidanza?”. Lei sussulta. Dice più a se stessa che a me, che non può essere incinta. [Ha 30 anni, cattolica, vive con i genitori, lavora, ha una storia da pochi mesi].
Passano i giorni, la sua ansia cresce, cresce un po’ anche la mia. Ho un brutto presentimento. Mi dice che ha preso appuntamento da un ginecologo, non dal suo solito ginecologo. Da un altro perché la sua dottoressa è una un po’ rigida, non se la sente di andare da lei. Vuole fare un’ecografia per capire cosa impedisce alle sue mestruazioni di arrivare. Già, chissà. Forse una cisti, spera lei. Forse un bambino, tremo io. Tremo perché temo non il bambino in sé, anzi, ma la grande angosciante inconsapevolezza, la coraggiosa vigliaccheria di una donna che è vissuta fino ad oggi quasi dormendo. “Non posso essere incinta”. Ho fatto l’amore senza precauzioni, lui mi ha detto che sarebbe stato attento. “Non posso essere incinta”. Lo conosco da poco. “Non posso essere incinta”.
Il giorno che è andata all’ospedale per “fare un po’ di manutenzione”, rimuovere quella… cisti, le ho chiesto chi l’avrebbe accompagnata. “Nessuno, mia madre si preoccuperebbe”. Il tuo ragazzo? “Ha da lavorare e poi ha altro per la testa”. Ho provato a dirle – anzi no, le ho detto – che se aveva bisogno di un appoggio, confidarsi, io c’ero. Lei ha capito, che io avevo capito. Ma ho fatto finta di credere che tutto fosse lì, solo una cisti, un day hospital, una settimana di antibiotici, e via. “Però, pensavo peggio”.
Avrà pianto? Si sarà sentita sola? Nel buio della sua camera, nella solitudine del lettino mentre aspettava in corsia. So solo che oltre al suo silenzio, al suo far finta di niente, c’era anche il mio silenzio, il mio aver cercato 1000 volte di dirle qualcosa, ma cosa? Cosa? Cosa? Non ho saputo trovare le parole. E poi c’era il silenzio più atroce. Quella di un bambino che alla 10° settimana, o giù di lì, è stato staccato dalla sua fonte di nutrimento e vita. Lo so, un feto non può parlare. Non è una persona, non ha voce, non ha consapevolezza, non ha pensiero. Però, ricordo, il cuoricino di mio figlio che batteva forsennatamente a 8 settimane dal concepimento. Aveva braccia e gambe sbozzate. Due ombre profonde al posto degli occhi. Era già vivo, da sempre, dal primo attimo.
A volte ancora ci penso. Chissà se ci pensa anche lei. La storia con il suo ragazzo è finita, con dolore. La domenica va sempre a messa. Talvolta critica Ratzinger per le sue posizioni sull’aborto. “Certo è una specie di omicidio, però bisogna capire, quando succede ad una ragazzina di rimanere incinta, come si fa ad obbligarla di crescere un bambino?”. Forse lei si sente così, una ragazzina.
E’ vero, abbiamo una buona legge che regola l’aborto. E’ vero, è diritto di una donna scegliere. E’ vero, è una questione che sempre ci sarà, tanto vale regolarla. E’ tutto vero, ma è vero soprattutto che abbiamo smesso di parlarne. Abbiamo smesso di parlare di cosa significa avere un figlio, averlo contro voglia. Non volerlo avere, anche se sano. Perché non ci sentiamo pronte, perché non ci abbiamo pensato prima, perché ne abbiamo già altri. Perché il padre non lo vuole. Chiediamoci perché. Chiediamolo ai nostri uomini/padri. Chiediamolo ai medici. Non ai politici, forse nemmeno ai preti. Chiediamolo a noi stesse. Perché abortire un figlio a 30 anni, quando si ha un lavoro e si vive in questo mondo è uno Spreco. Un incredibile Spreco. Una Sconfitta per tutti.
Prima lezione di filosofia al liceo. Dopo una breve ed incompresa introduzione sul passaggio dal mito al pensiero razionale, la prof. ci svela quella che è stata considerata la prima asserzione filosofica di tutti i tempi. "L'acqua è principio di tutte le cose". Io, affamata di nuove conoscenze, attratta per istinto dalla sola parola "filosofia", rimasi delusa. Osservava Talete di Mileto che dove c'era acqua, c'era anche vita, per cui, concluse il sagace Talete, l'acqua è il principio di tutte le cose.
Mi ci sono voluti anni per capire non solo la portata storica di questa affermazione nella cultura umana, ma anche il significato fecondo e profondo dell'acqua nella mia vita. Chi ha già letto la prima vita di questo blog (2003-2005) sa perchè allora l'ho chiamato "Aque chiare". Per ricordarlo, oggi, lascio solo la citazione in calce a questa pagina.
E' tornata l'esigenza di scrivere, dopo quasi 3 anni. Non ho però voglia di tante parole, solo di quelle necessarie. Potrebbe essere la mission di questo blog, secondo tempo, scrivere solo il necessario. Il tempo necessario. Lo spazio necessario. La qualità necessaria.